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Full text of "La mozione d'inchiesta del duca di Maddaloni"

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3 

LA MOZIONE 



INCHIESTA 

ntt. 


DUCA DI MADDALONI 

DEPUTATO AL PARLAMENTO ITALIANO. 




SOCIETÀ* TIPOGRAFICA. STAMPERIA A. GILLETTA 

0, Coatradt del Governo . 0. 

186 - 2 . 


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Onorevoli Signori. 


Deputato della destra , e però non accusato mai nò 
sospetto di caldeggiare idee avverse alla monarchia 
costituzionale, od a quel pacifico andare che ò la ragion 
suprema ed obbiettiva, la idea archetipa di ogni reggi- 
mento ; eletto da quel collegio istesso che l’ anno 1848 
mi deputava al Parlamento Napoletano , e vincitore uel- 
1’ agone elettorale , tuttochò con assai male arti facesse 
guerra alla mia candidatura la oscena setta dei piemon- 
tizzatori , a quei di trapotente in questo mio infelicissi- 
mo paese; cittadino napoletano, e sin dalla prima età 
caldo e costante zelatore del bene e dell’ onore della mia 
patria; avea fatto disegno di levar finalmente la voce 
contro le enormith di codesto governo in queste provin- 
cie meridionali , si tosto sarebbersi riasscmbrati nel- 
P aula parlamentare i rappresentanti della nazione. Ma 
troppi , e troppo gravi sono i fatti dei qnali io deggio 
far parola, nè forse saprebbe esporli la mia inesperienza 
oratoria nè alle Onoranze Vostre piacerebbe forse lo 


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ascoltargli tutti quanti — Ma iVattiiiito il mulo imper- 
versa, c corre a rovina lo Stiito , e 1’ ignominia piovo 
a dirotto sul nostro capo. Però io credo debito della 
mia coscienza e dell’ onor mio lo affrettarmi a presen- 
tare questa mozione d’inchiesta, avvalorata dalle ragio- 
ni che a ciò mi spingono , perchè Voi non possiate dire 
di non aver saputo dello stato vero della nostra cosa, 
ed io, quando che sia, non possa venire accusato di es- 
sermi taciuto o peritato innanzi al potere esecutivo ; 
perchè io non sia posto fra coloro che, tempo non tnr- 
derh, saranno additati come assassinatoli, come patri- 
cidi del loro paese; perchè i miei figliuoli non abbiano 
un dì a vergognare di un nome che ereditai senza macchia. 

Il Marchese Dragonetti Senatore del Regno, scrivendo 
testé delle nostre sventure, diceva il Plebiscito del 21 
ottobre ISCO “ figlio di un passaggicro entusiasmo, 
e che nel vero fu voto di sudditanza a Re Vittorio 
Emmanuele, e non gih di abdicazione della propria 
personalità. „ Ed io, dove niode.stia il permettesse, ag- 
giungerei alle parole di quell’ illustre nomo di stato, 
che il Plebiscito del 21 ottobre, non che di passaggicro 
entusiasmo, era anche figliuolo della temenza imaissa 
agli abitatori di questa nostra contrada, non tanto dalla 
presenza delle già arrivate armi piemontesi, quanto dal- 
l’anarchia nella quale eravamo per cadere, e dalla quale 
credevamo il governo piemontese ci aves.se a salvare. 
Per i popoli, qualunque esso sia, è vitale bisogna un 
governo;^ perciochè l’assenza di esso è peggiore di ogni 
tirannide. I popoli del Napoletano (non c’inganniamo 
fra noi, non partiamo da falsi dati) sorpresi, affascinati 
da maravaglioso ardimento, stanchi di una signoria ebe 
contrastava loro le giuste aspirazioni di libertà e d’in 
dipendenza italiana, accolse amico il Garib-tldi. Ma fas- 


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stilliti ben tosto, di Lui no, ma degli uomini che per 
esso reggevano, o meglio sgovernavano la pubblica cosa 
e paurosi, ripeto , dcll’tinarcbia, accettarono il partito 
di darsi a Casa Savoia; ed oggi abbonenti dalla tiran- 
iiilee dalla rap icitìi piemontese, ed inorriditi deH’anar- 
chia , la fpiale sotto il Garibaldi era alle porte del regno, 
ed oggi vi si f; mossa dentro c regnavi ferocemente, 
darebbersi a qualsiasi nomo o dimonio il quale, non il 
bene di queste contrade promettesse fare,ma sì il loro malo 
minore. I popoli del napoletano non volevano i Piemon- 
tesi. Chi ciir negasse non meriterebbe risposta, perchò 
uomo com|iro o demente — I popo’i del Napoletano non 
volevano i Piemontesi: ma il Governo Subalpino, ag- 
graffando fortuna per la gonna, avrebbe dovuto esso 
fargli volere e rendergli necessari. A ciò non si per- 
viene se non coi benefìzi e con il buon reggimento. 
Bisognava il Governo Subalpino tenesse parola, divenisse 
dadovvero ciò che aveva promesso sarebbe, un governo 
riparnlore. 

E che facevano invece gli nomini di stato del Pie- 
monte e i partigiani loro che qui nascevano? Hanno 
corrotto quanto vi rimanea di morale: hanno infrante 
e sperperate le forze c le ricchezze da Uinto secolo am- 
massate : hanno spoglio il popolo delle sue leggi , del 
suo pane, del suo onore, e sin dal suo stesso Dio vor- 
rebbero dividerlo, dove con Iddio potesse combattere 
umana potenza ! Hanno insanguinato ogni angolo del regno, 
combattendo e facendo crudelissima una insurrezione, die 
un governo nato dal suffragio popolare dovrebbe aver 
meno in orrore. Il Governo di Piemonte toglie dal banco 
il danaro de’ privati, e del danaro pubblico fa getto fra 
i suoi sicofanti; scioglie le accademie; annulla la pub- 
blica istruzione ; per corrottissimi tribunali lascia cadere 


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in dUcredito la giustizia; al reggiineiito delle provincie 
mette uomini di parte, spesso sanguinosi ladroni; caccia 
nelle prigioni, nella miseria, neU'esiglio, non che gli 
amici e i servitori del passato reggimento (onesti essi 
siano o no, che anzi plh facilmente se onesti) ma i loro 
pih lontani congiunti , quelli che non ne hanno che il ca- 
sato; ogni giorno fa novello oltraggio -al nome napoletano, 
facendo però di umiliare cosi nobilissima parte d’Italia; 
pone la menzogna in luogo di ogni verità; travolge il 
senso pubblico e le veraci idee di virth e di onoratezza ; 
arma contro ai cittadini I cittadini; e tutti In una vergogna 
conculca e servi e avversari e fautori. II Governo Piemon- 
tese trucida questa metropoli che la terza ò di Europa per 
frequenza di popolo, e la prima d’Italia per bellezza 
di doni celesti e la pih gloriosa dopo Roma ; (juesta 
metropoli onorata e serbata libera sin dagli stessi 
dominatori del mondo, questa stata' sedia di tanti re 
potentissimi, che regnavano o proteggevano quasi tutti gli 
nitri stati d’Italia e, sotto ai principi di Soave, capitale 
dello impero; e dopo averla oltraggiosamente aggiogata 
alla sua Torino, alla piìi povera eJ alla meno nobile delle 
città d’Italia, a Turino la cui storia nelle istorie della 
penisola occupa non piò lunghe pagine, che quelle dei 
feudi di Andria odi Catanzaro o di Atri o di C’otrone, 
ora le viene a togliere anche il misero decoro di utia 
luogotenenza, a strapparle anche quel frusto di pane che 
un contino od un goneraletto di Piemonte potrebbero git- 
tare dall’alto de’ sontuosi palagi dei suoi re. 

Quando io mi recava a Torino per vacare ai lavori par- 
lamentari, per cercar col mio povero ingegno che cosa di 
bene potessi fare pel mio sventurato paese , per portare 
anch’io una pietra onde far puntello alla mina della patria, 
fui a visitare il Conte di Cavour. E gli dicea provvedesse. 


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— 1 — 


peiisasbc a Napoli , uon ponesse tempo in mezzo, cliè Italia 
dove volesse o potesse davvero unificarsi non potrebbe ciò 
che con Napoli , per Napoli ed a Napoli. Però portasse 
sulla plaga delle Sirene la sedia del nuovo regno. 

— Ma non si deve andare a Roma ? 

Mi rispose, domandando graziosamente quell’ illustre , 
che certo era il piò amabile spirito che io mi conoscessi. 
Ed io dissi lui, che per verith non credevo a Roma si an- 
derebbe mai, e che per le mie opinioni religiose e conserva- 
trici noi desiderava punto ; che non avrei mai voluto Italia 
perdesse la suamaggior gloria, e tutta la società civile la pie- 
tra angolare che è il Papato. Dissi credere che il Pontefice 
Romano non potrebbe diventare il Cappellano del Re d’I- 
talia. — A Roma il Re d’Italia potrebbe prendervi sì la 
corona, ma] non sedervi a’ piedi di tanta grandezza so- 
vrammondana : o dopo non brevi parlari (ne’ quali il 
nobile conte diedemi bella prova delle sue piacevolezze) 
concluse egli che in fin delle fini ben comprendeva Italia 
non potrebbe governarsi da Torino e, dove Roma non si , 
potense avere, certamente Napoli, dove gravita il pondo 
della peni sola, sarebbe la sua capitale. — Pei ò non è mestieri 
confessi come io, Torinese di NapolI,mi accontentassi facil- 
mente a tali porole, ed a tali condizioni non mi spiacesso 
molto la unità d’Italia. — Vedevo già Roma sedia santissi- 
ma ed inviolabile della santissima maestà de’ Pontefici, la 
Chie.-<a libera in libero stato, e Napoli divenuta metropoli 
d’un regno di 24 milioni di uomini e sedia dei Re d’Italia, 
sicconue fu de’ Romani Imperatori in antico. A tal prezzo ' 
raffreddavasi un tantino II mio amore per la confederazio- 
ne italiana, per il prcculiare progredimento e la grandezza 
delle singole parti della peni.soIa, ecc. 

Ma, tornato in patria, vidi che il Governo di Piemonte 
non cuciva ma tagliava e, piò che tagliare, strappava c 


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R — 


lacerava alla impazzata ; ed oggi che esso no!i può piò ba- 
loccarci colla parola Roma, che nei gabinetti d’Europa è 
stabilito a Roma non potervisi andare oggi nò mai, che fa 
oggi il Governo Piemontese? Trasferisco a Napoli la sedia 
dello stato ? Rendo a Napoli quel die le ha tolto ? Cessa 
dal frodarne le ricchezze, dallo spogliarla de’ suoi istituti 
e delle sue leggi e de’ suoi uomini, dallo insanguinarne la 
terra, dallo incendihrne le provinde? 

No! Il governo di Piemonte le toglie ora pur l’ombra 
della sua autonomia; il governo di Piemonte la diserta 
d’ogni reliquie di reggimento, le toglie i ministeri, gli ar- 
chivi, il banco del denaro de’ pri ati, i licei militari, fa 
di suscitare il municipalismo delle provinole contro a quello 
dell’antica metropoli, senza addarsi che per ciò non ribel- 
lerà mal a Napoli le altre città del suo reame, ad essa 
congiunte per interessi e per gloria antichissimi, ma ade- 
scherà l’anarchia provinciale: dove di altra esca che della 
stessa dominazione piemotense avesse bisogno ranarchia. 

Ma abbiamo l’Unità! — Diranno le Onoranze Vostre. E 
sia pure. Ma io ricordo che Italia era Una anche sotto 
Tiberio e gli imitatori di lui. Aveva le forme libtrali, un 
senato, una potestà tribunizia, due consoli, libertà munici- 
pale quant’lial voglia ; e pure era serva, era misera, era 
cortigiana, era vile. Certo voi non la vorreste così. Voi non 
vorreste rinnovellato il tempo di Odoacre, sotto leciti orde 
barbariche anche era Una l’Italia! Bella unificazione ò 
quella di una contrada cui si affoga in un mare di sangue, 
cui si crocifigge in un letto di miserie ! — E pure questi mis- 
fatti perpetrano gli uomini preposti oggi alla cosa pubblica : 
essi che spengono ne’ nostri popoli anche le dolci illusioni 
di libertà , che gli fan vedere come un reggimento costitu- 
zionale di leggieri potesse diventar sinonimo di despotismo; 
come aH’ombra di un vessillo tricolore facilmente si violasse 


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— 9 


il cloniicilio, il segreto delle lettere, e la libci lù personale 
si potesse manomettere e sin le forme stesse della giustizia ; 
e gli accusati tener prigionieri ed ingiudicati lunga pezza, 
e mandare a morte senza neppur procedura di giudizio, per 
solo capriccio di un caporale o per sospetto o per delazione 
di qualche scellerato. Questi uomini ci danno a divedeie 
cornine illusoria dovesse tornare anclielalibert'i della stam- 
pa, libera a Napoli per iservi non per gli amatori del pub- 
blico bene; comesi potesse violar impunemente, quando si 
vo lia lo statuto fondamentale, senza che vi sia uomo o 
potere che vi metta inciampo o che ne faccia querela.E vul- 
nerato hanno essi non una volta la Constituzione del 4 
marzo 1848. — La violarono perlainstituzionedelle luogote- 
nenze e poi per l’abolizione di esse, senza aver consultato le 
camere che le consentivano : la violarono con il concedere 
eccezionali poteri ai loro uomini : la violarono per,* la istitu- 
zione delle prefetture e il discentramento di non poche 
facoltà del ministero e per le quali, se timido il prefetto, 
il governo cadrà nell’ inerzia , se arrischiato, le provincie 
gemeranno sotto il despotismo prefetturale: e violavanla 
finalmente quando test^ caugiavasi il nomo di ministro 
degli affari eeclesiasiici in quello di ministro de’ culti, 
quasiché, per lo Statuto del 18 18, diverso e non uno fosse 
il culto della Monarchia di Savoia. 

La loro smania di subito impiantare nelle provincie 
napoletane quanto pih si poteva delle istituzioni di Pie- 
monte, senza neppur discettare se fossero o no opportune, 
fece nascere sin dal principio delladominazionepicmontese 
il concetto eia voce piemonlizzare. L’opera de’ fuorusciti, 
e massime di quelli che avevano vi.ssuto a Torino, confer- 
mò troppo la sentenza del Macchiavelli che gli dicea 
fatali alla co sa pubblica, largamente mostrando essi come 
nel reggimento diqueste provincie non fosse unità di sistema 


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10 — 


nè di mnssiine, non mezzi , non fini deterniinati, nonglnsti- 
ziii distributiva, n.a invece espedienti di governo presi e 
dismessi secondo le esigenze de’ casi, personali favori ed ire 
personali, sdegno della propria gente non amore di patria, 
non il paese ma mia setta. — Ma non indarno stettero uniti 
otto secoli queste nostre contrade , e l’abitudine della loro 
autonomia , giù divenuta coscienza di nove milioni di uo- 
mini, non si può scancellare daH’animo con un tiro di penna 
di nn dicastero di Torino 0 con Ingrata compiacenza di un 
esule. — Le leggi sono espressione della nazione e de-’ bisogni 
dei popoli, e questi bisogni (di opinione o di fatti che siano) 
nascono dal clim.a, dall’indole degli abitatori, dal loro civile 
progredimento, dalle loro condizioni religiose, economiche, 
politiche, dagli errori stessi e dai pregiudizi! delle plebi, i 
quali non percliò pregiudizi ed errori non vogliono andar 
rispettati. Tutto cb’ò di un popolo, è sacro, echi per sufiFragia 
di popolo si tiene in sedia misconoscerù questa massima? 

Coiiclosiaebè , se per la natura delle cose e la varietù 
delle umane vicende , egli è impossibile che due popoli si 
trovino in pari condizioni materiali e civili, opera tiran- 
nica ò il costringere l’uno nelle leggi doU’altro, perocché le 
leggi senza i costumi vanno vòte. 

Quid Icijes sine moribus ? 

diceva il nostro Cantor Venosino,e veramente di questa 
loro inefficacia non può non nascere la ribellione e l’anar- 
chia. Roma soggiogò il mondo, e lo sue leggi tuttoché 
civilissime e sapientissime non furono ricevute dai nostri 
popoli d’Italia e da quei di fuori che ben tardi e come jus 
moribus recepfum. E l’avvocato Mancini, per bandire le 
leggi piemontesi, lesto venne da Torino e, non aspettando 
neppure il consentimento del Parlamento Italiano, gran 
numerodi esse pubblicava per decreto luogotenenziale il 17 


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— Il — 

febbrajo, la vigilia stessa dell'apertura di questa assemblea. 
E di altre (approvate in massa!) faceva iiisei ire un indice 
nel giornale uddzlale dello stesso giorno, però clic al coti' 
sigilo di luogotenenza era mancato il tempo, non che li 
discettare, di leggerle : ed egli è per questo che quando, nei 
giorni posteriori al 18 febbrajo,fu letto e poi dato a stampa 
il testo di esse, nacque di santa ragione neiruni versale 
la opinione che si pubblicassero leggi apponendovi rami- 
data. 

E gih l’avvocato Sclaloja aveva bandito le rovinose 
leggi finanzieri con che capovolse il sistema delle entrate 
napoletane, ciò che nè egli nè i suoi superiori potevano fare. , 
E queste arrischiate pubblicazioni nelle loro epigrafi non 
portai! neppure la paiola unificazione, ma sì quella anche 
pihduradell’annesstone.Nè lapubblicazionediessefacevasi 
in tutto il novello regno, zoppo ed acefalo, però che nella 
Lombardia attua va.si il solo Codice Penale de’Sardi,e laTos- 
cana( tranne l’introduzione dei giurati) continuò a reggersi 
colle antiche sue leggi. II Corpus juris del Napoletano e 
massime il codice penale e quello di pena! praceJura, per 
sentenza di tutt’ i giureconsulti di Europa è di gran lunga 
superiore a quello degli Stati Sardi. Mutare il buono per II 
mediocre, se può parer bello ai ministri piemontesi, non 
parrà certo provvido ed opportuno espediente a nullo uomo 
di stato, che logicamente ponderi i mali e le necéssità delle 
unificazioni di provincie. 

Le leggi contro agl’istituti cattolici, in queste contrade 
superlativamente cattoliche, non poco valsero a confermar 
la taccia di miscredente e di nemico di Santa Chiesa, che si 
aveva il Governo Sabaudo fra i nostri popoli (siccome per 
tntt’Europa veramente) e l’abolizione deirantica polizia 
ecclesiastica e de’ concordati mise il caos nella Chiesa 
del Napoletano. Arroge la persecuzione pazza e spudorata 


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<lei pii'i ilcgui pastori , le violenze fatte al loro ministero, la 
])rigionia c gli esigli, senza neppur forma di processo, de’ 
])ih vencramli ministri del Santuario, e sin di un Principe 
della Chiesa, carissimo ai napoletani per virtù e per bene- 
fizi, e la morte data a non pochi di essi nelle insurrezioni 
provinciali, e gli scherni e gli oltraggi gettati a piene mani 
al Sacerdozio, alIaChiesa Cattolica ed al suo Capo Visibile 
dai sicofanti della rivoluzione piemontese, ed il vedere! 
teatri fatti scuola d’i minorai itù, di miscredenza , di ateismo 
o cangiato in prostibolo tutto, e la propaganda eterodos- 
sa che il governo (si, il dirb pure) non che lasciar correre 
a sua posta, assai perfidamente spalleggia emanoducc, 
tali ire hanno acceso e messo tale barriera fra l’una parto 
e l’altra della nazione che, dove fosse ancor tempo di 
guerre religiose ed una riformazione cd una scisma fosse 
creduta possibile, giù da più mesi il sangue cittadino avreb- 
be pollato le nostre vie ed i templi, per propugnare la 
Fedo dc’nostri padri e mortificare gli orditi de’novatori. 
Maquesto non è tempó di religiose riformazioni. Koma fe 
sul punto di guadagnare non di perdere nello imperio dello 
nazioni ; nè noi crediamo possibile distruggere in Italia 
l’unica e naturale unitù delle penisola, l’unitù della sua 
Fede, culla c palestra di ogni italiana grandezza — No, noi 
non siamo uomini da fondar nuova chiesa, noi che non 
ancora sapemmo fare una legge comunale! — Quel Giovam- 
battista Vico, del quale tanto ipocritamente onorasi oggi 
la memoria, teneva somma ventura di un paese la unità di 
religione. — Tiberio dettava leggi per castigare la impudi- 
cizia e la irreligiosità de’ teatri, ed il governo piemontese 
si mostrerà anche più turpe di Tiberio? 

Fu un ministro piemontese che testé scrivendo ai vesco- 
vi d’Italia, sacrilego, osava minacciare una scisma, ove 
essi non parteggiassero per la rivoltura , non si separas- 


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— in _ 

sero (likl Successore del Maggior Piero. Furono i pieinoiiiiz- 
/.ntori die sfecero la Universltìi Napulitana, però die le 
università sono ne’ professori, o questi furono tutti desti- 
tuiti per dar luogo ad uomini, i quali (tranne rillustre 
Roberto Savarese, e non so quale altro) non .sono già 
uomini di scienza ma di parte. Furono i piemontizzatori 
che sottrassero rinsegnamento pubblico alla necessaii.i 
vigilanza dell’ Epàscopato, ed essi abolirono neirUniver- 
bità Napoletana la facoltà di teologia, senza la quale non 
c università, e di cui .sono accomodati tutti gli studii protes- 
tanti e scismanci e quelli di tutte le religioni del mondo e 
delle loro sette. ' Ahimè! Era la Università di Napoli, la 
scuola dell’Aquinate c del Vico quella ohe doveva ateizzarsi 
prima in Europa ? Ed uomini della nostra terra erano de- 
signati a porgere tanto scandalo al mondo civile ? 

Certo non felice era sotto ai Borboni lo stato dello inse- 
gnamento superiore; ma pure non s’insediavano nelle 
cattedre che uomini di gran reputazione, un Galluppi, un ■ 
Lanza, un Flauti, un de Enea, un Bernardo Quaranta, un 
Macedonio Melloni, il quale, tuttoché esule di Parma ed in 
voce di gran liberale, fu chiamato qui e deputato a non 
poche faccende politiche; e«l il Melloni era raccomandato 
al Governo Borbonico da Francesco Arago repubblicano 
ardentissimo. — E peggiorato è anche lo insegnamento se- 
condario. Sette licei sono in piena dissoluzione , pcroc.diò 
diretti da uomini inesperti, e non di rado illetterati ed im- 
morali.E frattanto l’istruzione elementare non progredisce 
passo.I comuni mancano quasi tutti di scuole ad onta dei tanti 
Ì8pettori,80tto-ispettori,organizzaton, bidelli, eccetera, scelti 
tutti tra i piemontizzatori, nò pochi venuti dallo stesso Pie- 
monte. Per uomini del governo piemontese fu dato lo scan- 
dalo singolare della dissoluzione della famosa Accademia 
Na]>oletann delle Scienze e di Archeologia, e l’Istituto di 


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Belle Arti venne abolito con >in decreto di luogotenenza. 
Ira di parte gl’i.stignva a ciò , ed in questo hanno gloria di 
aver passato i Delcaretto, i Peccheneda, i Mazza, gli 
Ajossa che non consigliavano a cacciar dal sodalizio de’ 
dotti quegli di opinioni contrarie al reggimento assoluto, il 
Borrelli, il Capocci, il Bozzelli, il quale venne nominatoso- 
cio deH'ncademia, appena reduce daU’esilio, e quando spesso 
braccheggiato esostenutodai cagnotti della polizia.Fo tenuta 
scelleranza il vedere tolto l’Osservatorio Astronomico al 
Capocci dopo la rivoltura del 1840. Si diceva a Napoli e 
fuori “ che ci ha che fare la politica con rAstronomla? „ 
Eppure il pauroso governo della reazione permetteva il 
Capocci liquidasse la sua pensione di giustizia ed a lui 
sostituiva il deGasparis, astronomo, per certo, nonraen pe- 
ritissimo del Capocci. Ma io non verrò facendo qui il paral- 
lelo degli uomini e de’ fatti del Governo Borbonico e del 
nostro ; questo farò altrove se giova; e pregovi frattanto 
notare che il bilancio del ministero d’istruzione pubblica 
del Napoletano, sotto ai Borboni presentava la spesa di 
ducati 378,442,92, e dopo la rivoluzione la spesa di du- 
cati 543,499,91; e malgrado l’uumento di ducati 165,056,69, 
la pubblica instruzione, non che peggiorare, perisce. 

Tutto disfacendosi per sistema, cercarsi distruggere anche 
B Zecca di Napoli , che è la prima dopo quello di Londra 
e di Vienna, che è superiore anche alla Zecca di Parigi, 
e sottomettesi a vergognoso processo lo antico Reggente 
di essa, ed il Presidente della gran Corte dei Conti, nò 
pochi alni gravi ed onesti uflìziali, per dar ragione del 
valore della moneta napoletana, moneta eccellente di 
tanto, che come esce di regno, vien rifusa. — Nè forse 
sapevasi in Piemonte come la Zecca di Londra mandasse 
a Napoli le sue monete per farne il saggio?— Ma 
questo è provvisorio — mi si risponderò; e così ad un prov- 


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l.'l — 


visorio sopponeiido. per solito, altro provvisorio, e spesso 
di gran lunga peggiore, testé per il governo de’ luoghi di 
pena maudavasida Torino il lìetjulantenlo e bandiper li 
bagni (atto a tempo direCarloFelieee segnato dal primo se- 
gretario di guerra e marina desGeueys, il quale regolamento 
rieorda ancora i tempi in cui i servi di pena erano costretti 
al remo, e che però rimanda anche piò addieltro il già 
vecchio sistema penitenziario del Napoletano. La bella 
appendice che potrebbe fare il Gladston alle sue lettere, 
ove leggesse questi regolamenti e bandi per li bagni del 
des Genegs ! 

E per le finanze che cosa vi dirò io? Nell’anno 1860 il 
reame di Napoli pagava un esercito di 100 mila uomini, 
una marineria ch’era fra lo prime di secondo ordine, una 
lista civile ed una rappresentanza all’estero : e questi quat- 
tro rami costavano una spesa annuale di due : 16,203,625, 
02. — Oggi che queste proviucie non pagano piò nè eser- 
cito, nò armata, nè corpo diplomatico le entrate non 
bastano neppure alle spese degli altri rami di pubblico 
servizio! Le entrate napoletane nel bilancio del 1860, 
erano prevedute per la somma di due : 30,135,442 : — 
Questa cifra, non poteva essere piò la stessa nell’anno 
1861, essendo partita da Napoli la Sicilia, e però veniva 
necessariamente ridotta di tutta la quota che la tesoreria 
dell’isola pagava a quella delle provincie cotitinentali, in 
ducati cioè 4,157,525; tilchè.le entrate delle provincie na- 
poletme nell’anno 1861 andavan ridotte alla somma di 
due : 25,977,917. — So ben io come a questa prima ridu- 
zione bisognasse aggiungerne altre, quale la modificazione 
delle tariffe doganali, la restituzione dei dazii di consumo 
alla città di Napoli, la diminuzione del prezzo dei sali, ed 
altre, c per le quali le entrate trovansi ridotte a due. 
22,408,6.59. E frattanto raiimento di spesa dell’auno 1861 


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ir, — 


sul 18G0, {; (li (lue. 4,12G,79!),87, fra i quali figurano per 
aumenti (li soldo ducati 1,578,894,18, e ducati G02,000 
])er aumento di pensioni di giustizia ed interessi del debito 
pubblico, e ducati 1,935,905,69, per aumento di speso di 
servizio. Ma dove si considera ebe nel detto aumento per 
le spese di servizio i soli lavori delle regie ferrovie figu- 
rano per ducati 1,302,000. e che questa somma va depen- 
nata per essere state vendute codeste ferrovie; e se d’altra 
banda ci facciamo a notare come lo pensioni di giustizia 
per fnnzionarii pubblici messi al ritiro fossero aumentate 
di altri ducati 440,000 a tutto marzo 1861, e che il 
debito pubblico è cresciuto aneli’ esso di ducati 500,000, 
di rendita , ne inferisce che quasi tutto il disavanzo 
nasce dallo aumento dei soldi , del debito pubblico c 
dalle pensioni a funzionari messi al ritiro per cedere ad 
altri il loro posto, per pagare i facitori della presente 
rivoltura. Questo fatto Ì5 ben lo specchio che rifiette 
la oscena opera degli nomini preposti alla pubblica 
cosa ; e nella dilapidazione dello erario del Napoletano 
chi non saprebbe affìgurare la ragion vera delle sventure 
che per noi si durano? 

E dopo tanto sperpero della publica pecunia è egli 
ricco il popolo ? — Ha pane , ha lavoro , suprema bisogna 
dell’ umanità ? — Intere famiglie veggonsi accattar 1’ ele- 
mosina; diminuito, anzi annulbito il commercio; serrati 
i privati opifici per concorrenze subitanee, intempestive, 
impossibili a sostenersi e per lo annullamento delle 
tariffe e per le mal proporzionate riforme; ned’ altro in 
fatto di pubblici lavori veggiamo fare se non lentamen- 
te continuarsi qualche branca di ferrovia o metter pietre 
inaugurali di opere che poi non veggonsi mai cominciare o 
con tiiiuare. E fi atlanto tutto si fa venir di Piemonte, persi- 
no le cassette della pesta, la calta per i dicasteri e per 


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— 17 — 


le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella 
quale un onest’ uomo possa buscarsi alcun ducato , che 
non si chiami un piemontese a disbrigarla. A mercanti 
di Piemonte dannosi le forniture della milizia e delle 
amministrazioni , od almeno le piii lucrose : burocra- 
tici di Piemonte occupano quasi tutti i pubblici uffizi, 
gente spesso ben pifi corrotta degli antichi burocratici 
napoletani c di una ignoranza e di una ottusità di 
mente cne non teneasi possibile dalla data gente del 
mezzodì. Anche a fabbricare le ferrovie si mandano ope- 
rai piemontesi , ed i quali oltraggiosamente pagansi il 
doppio che i napolitani. A facchini della dogana, a car- 
cerieri, a birri vengono uomini di Piemonte, e donne pie- 
moiitjsi si prendono a nudriei nell’ ospizio dei trova- 
telli , quasi neppure il sangue di questo popolo pià 
fosse bello c salutevole. Questa è invasione non unione, ^ 
non annessione ! Questo fc un voler sfruttare la nostra . 
terra , siccome terra di conquista. Il Governo di Pie- 
monte vuole trattar le provincie meridionali come il 
Cortes od il Pizzarro facevano nel Perà e nel Messico, 
come i Fioientlni nell’ agro pisano , come i Genovesi 
nella Corsica , come gl’ Inglesi nei regni del Bengala. 
Ma esso non le ha conquistate queste contrade; per- 
ciocché non é soggiogare un paese il prepararsene l'au- 
silio per cospirazioni od il corromperne e lo squassare 
la fede dello esercito ed il comperarne i condottieri 
ed i consiglieri del principe indurre al tradimento. Sof- 
frite pur che il diciamo, il governo piemontese fa a 
Napoli come quel parassito che, invitato a desco fraterno, 
ne porta via gli argenti. E questa sua avarizia non è 
di lieve momento nella opinione invalsa nell’ universale 
che la signoria subalpina sia fuggevole, però che non cape 
nel senso popolare il pensiero che si distrugga la casa ' 
nella quale si voglia far stanza. 

‘i 


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— 18 — 


Lo scioglimento dello esercito borbonico fu poi il 
pili grave delitto del Governo Pieinonte.se , perciocchò 
per esso sperperandosi follemente un giau nerbo di 
» forza italiana, facevasi sempre pih fiacco il nuovo re- 

gno e serviva maravigliosamente il talento de’ politici 
austriaci, che mal vedevano 1’ esercito delle provincio 
meridionali si aggiugnesse a quello delle subalpine. 
Ed ingiusta, e dirò piò, bugiarda è la brutta taccia di 
codardia che il Barone Eicasoli insultando al vinto (<il 
tradito dirò meglio) davagli nella sua famigerafii nota 
circolare del 24 agosto ; clifc diversamento dicevano 
di esso esercito napoletano ed il Garibaldi ed il Cialdini , 
e perchè i ministri di Piemonte (cerchino pure nel pro- 
fondo della loro coscienza) se da una ragione erano 
sospinti allo scioglimento di quelle armi , ben era da 


quella della tema che esse incutevano loro ; s\ della tema 
che un gioi no,sbriacate del passaggiero entusiasmo, vergo- 
gnando della servith , scotessero il giogo piemontese e 
ftlgcssero le armi contro all’ esercito settcntrioimle e 
istaurassero il trono napolitano. 

' Il Governo di Piemonte sciolse l’ esercito napoletano, 
perciocché dove quello fosse stato ancora in sulle anni 


non''Tg^trebbe far cosi aspro governo delle nostre pro- 
vincie.'^d esso oggi lo ingiuria ne suoi atti diplomatici? 
E vuoié’V»!' l’Italia? E ne oltraggia cosi la mag- 
gior ;;.pa^e? Però che dar del codardo a l un esercito 
^g'[i ^'^schiafi'egginr la nazione oiid’ esso venne descrit- 
to — E di que’ pochi uffiziali che non lasciavansi pol- 


trire nell’ ozio od invilire nella miseria o suicidarsi 


(come fece taluno di essi per non veder perire dalla 
fame i figliuoli) che ctjsa ha fatto il governo piemon- 
tese? Ha rispettato i gradi che guadagnò loro il valore 
guerresco e quella fede verso il proprio re, che tanto 



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saggiamente si onora dall’onorato esercito subalpino, e 
senza la quale non è esercito ? — No, il Governo di Pie- 
monte doveva favorire gli ascensi dei suoi conterranei 
— Re Ferdinando 1.* di Barbone ri-ipettò i gradi gua- 
dagnati dai suol sud liti nello esercito Murattiano, che 
pugnava contro ai legittimi diritti della sua corona. — 
L’xVustria rispettò tutt’ i gradi guadagnati dai suoi sud- 
diti della Lombardia, cbe combattevanla sotto le bandiere 
di Napoleone il Grande, ed il governo di Piemonte non ba 
saputo imitare neppure la gencrositli deU’Austiia! 

Ned egli è a dire eh’ esso cosi governavasi a riguardo 
dell’ esercito del mio paese per abborrimento di chi osteg- 
giava r Unlth Italiana, o per deficienza di valore che 
trovasse negli ufficiali napoletani. Perciocché egli b da 
un alto personaggio del reame che io ho udito a dire 
esser egli ammirato del valore napoletano , trovar la 
napoletana artiglieria superiore di molto alla piemon- 
tese , e lo aver fatto così per sordida malizia , bene il 
dimostra il modo cbe ha tenuto contro all’ armata, a 
quella marineria napoletana che impediva a re Fra#i- 
cesco li il respingere i mille del Garibaldi , che diedesi 
mano e piedi legata al Piemonte.... il che Dio le perdoni 
e la storia. 

Essa fu sciolta, fu riordinata, secondo che ne si dice, 
al peggio , e con un tiro di penna vennero cancellate 
tutte le sue tradizioni, certamente piò antiche e glorio- 
se di quelle della cosi detta Marineria Sarda. In que- 
sto nuovo ordinamento gli uffiziali della flotta napole- 
tana avrebbero dovuto essere i primi , e sono divenuti 
gli ultimi, e venner privati de’ soldi goduti per sovrani 
decreti , dei gradi meritati per pubblici esami o per 
fatti di v.alore , del diritto di liquidar essi medesimi o 
le loro vedove la pensione, per cui avevano lunghi anni 


— 20 — 

rilascliito il 2 e 1[2 per cento de’ loro averi. — Ed io non 
entrerò giìi difensore degli ufflziali dello esercito napole- 
tano che, al istigszioiie della sett.i uniniria c degli 
stessi diplomatici piemontesi, abbandonarono le bandiere 
il giorno della battaglia per starsi a Napoli neutrali, 
o peggio per combattere contro al loro Re ed ai loro 
fratelli d’arme. Ma il governo piemontese che non ha 
riconosciuto i gradi conceduti ai valorosi difensori di 
Gaeta , perocchò difendevano ciò che ò sacro per ogni 
uomo di onore, di qualunque parte, di qualunque na- 
zione esso sia, la religione della bandiera, bene avreb- 
be dovuto poi, non che rispettare quelli guadagnati dai 
disertori dell’esercito borbonico, levare a cielo le loro 
persone, far loro 1’ apoteosi. Ma non ha fatto cosi, e 
però fu malvagio o verso gli uni o verso gli altri. Ma gli 
uni e gli altri sono napoletani e sappiamo che non vi 
ha d’ uopo dì altra coljia per dispiacere a ministri pie- 
montesi. 

E forse fu anche per ragione politica lo sfacimento 
del collegio militare della Nunziatella, la miglior scuo- 
la politecnica d’Italia, e quello della nostra accademia 
di marina, onde uscivano i Caracciolo, i Bausan, i de 
Cosa ? — Ma che dico io di un governo che strappa dal 
seno delle lóro famiglio tanti vecchi gen.-rali , tanti o- 
norati ufiBziali, sol per sospetto che nudrissero amore 
per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nella for- 
tezza di Àlessandna , od in altre inospite terre di Pie- 
monte? Che dirò io degli uffiziali deportati all’ isola di 
Ponza? — Loro delitto fu il militare per la corona, allora 
che re Francesco II ancora combatteva per es.sa sullo 
riviere del Volturno o del Garigliano o fra le mura di 
Gaeta? Lo averlo seguitato a Roma neU’infoi-tunio ? — 
Accomiatati dalla Maestà di Lui , si restituirono a Na- 


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— 21 — 

poli, cretlendo sacra la guarentigia dell' Imperadore dei 
Francesi , e le promesse di Re Vittorio Emanuele. Il ■ 
piroscafo la Costituzione fu spedito a posta a Civita- 
vecchia per abbarcarli e portargli in seno delle loro 
famiglie; ma appena afferrato a Napoli furono circon- 
dati da u.i battay;lione di bersaglieri e così condotti 
nel Castello del Carmine. Ivi furono ritenuti prigionie- 
ri 17 giorni e quindi deportati all’ isola di Ponza. 
Sono discorsi sei mesi, e quel miseri gemono ancora su 
quello scoglio selvaggio. I soli Siciliani ebbero facoltà 
di ripatriare; ma tutti i napoletani che furono o mili- 
tari od tiffiziali di segreteria non poterono essere ven- 
dicati in libertà , ed , incredibile a dirsi , non hanno 
che la misera sovvenzione di un carlino al giorno (qua- 
ranta centesimi c mezzo) coi quali non h possibile ci- 
barsi salutevolmente. Muoiono dalla fame. Chieggono 
lavoro, nè lo si vuol concedere loro. Vi ha gentiluomini 
che sonosi offerti anche a vangare la terra per buscarsi 
pane più sufficiente. — Però sono essi trattati peggio che 
i galeotti. E perchè mai ? Qual delitto hanno commesso 
eglino , perchè il Governo Piemontese abbia a spiegar 
tanto lusso di crudeltà? Perchè abbia a torturare con 
la fame e con l’ inerzia e la prigionia uomini nati in 
Italia come noi? 

Ma pih che stolta ed ingiusta , fratricida ed immanis- 
sima tornava la dissoluzione dello esercito napoletano, 
perocché essa diede agio ai soldati di questo di rnssem- 
brarsi e di affortificar l’ ira di un popolo conculcato, che 
da per ogni dove insorge per la indipendenza della na- . 
zione napoletiina contro alla signoria subalpina. L’eser- 
cito napoletono, tradito da’ suoi generali, voleva mostrare 
ad mondo che non era esso traditore nè codardo , e si 
ragunava ne’ monti e , benché privo di armi e di condot- 


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tieri, piombava terribile contro ad nn esercito non reo 
della sua oppressione. — Il sangue di questa guerra fratri- 
cida piombi su quelli che l’ accesero, ed esso gli affo- 
gherà, però che è assai, però che di meglio che “0 mila 
uomini 8' enti, quali nella lotta, quali fucilati percln? 
prigionieri o sospetti od ingiustamente accusati , però 
che di 13 paesi innocenti dati in preda al sacco ed al 
fuoco II Goveri'O Piemontese, colpevole dello aver fatto 
nascere e fecondato la insurrezione, crede poterla vincere 
con il terrorismo, e con il terrorismo erebberinsurrezione, 
e così corrompesi anche quel solo di buono che avevasi il 
Piemonte, Teserclto piemontese|: conciosii chò misero quel- 
l’esercito che la necessità della guerra civile spingo ad 
incrudelire od abbandonarsi a saccheggi e ad opere di 
vendetta ! 

La mente mi si turba e tremane la destra in pensan- 
do le immanità che faranno terribilmente celebre la 
storia di questa rivoltura , e la quale io mi propongo 
descrivere in altra opera , avvalorandola do’ documenti 
opportuni, si ttosto le ire saranno calme. — Gl’imbelli che 
perirono in questa guerra passarono di gran lunga gli 
armati, ed infinite le faraiglie che scorrono prive di 
pane e di tetto per la campagna e ricoverano come bel- 
ve negli antri e nei sotterranei, e gli orfani che cercano 
indarno de’ loro genitori morti nelle fiamme del borgo 
natio o passati per le armi da’ piemontesi o periti in 
luride prigioni, dove a migliaia stivansi i sospetti, de- 
cimati dalle febri e dalle altre infermità che ingenera 
un aere putrido e rarefatto. I delitti perpetrati in que- 
sta guerra civile ci farebbero arrossire della umana 
spoglia che vestiamo. Gente della nostra patria vitn 
passata per le armi senza iieppur forma di giudizio sta- 
tario, sulla semplice delazione di un nemico, pel sem- 


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j)lice sospetto di aver tmdiito o dato asilo ad nn insorto» 
Soldati piemontesi conducono al supplizio i prigionieri, 
negando loro i supremi conforti della Fede; uè a pochi 
feriti venne ricusata l’opera del cerusico, cosicché furo- 
no lasciati morire nelle onibili torture del tettvno. Te- 
sté a Caserta furono fatti prigioneri due dei così detti 
briganti , e da due gi.>rni si tcneano in carcere digiuni. 
Gridavatio essi, “pane! pane! „ c ninno rispondeva loro. 
Finalmente fu sebiuso il doloroso carcere, e quando 
qne’ miseri fccersi alla porta credendo ricevere alimento, 
furono presi c condotti nella corte e fuitilati. 

Si pubblicò un’amnistia. — Era nn contadino di Livardi 
per nome Francesco Russo, il qtmle ferito nell’ anca viveva 
da piò giorni tranquillo presso la consorte e i figliuoli, sotto 
alla fede dell’indulto. Gli amici di luidicevaugli si celasse, 
non si credesse allo proclamazioni del Piiielli. Ma egli 
non voleva sentir parola e rispondeva non esser possibile 
die mi militare di onore rompesse fede; e mentre che 
questi detti ei forniva , soldati piemontesi entrarono nella 
sua casa epreserloe, condottolo aNoIa, il fucilarono. — Si 
l nudi che rispariniavasl la vita a chi si presentasse. Un 
conUadino dell’agro nolano per nome Luigi Settembre, so- 
prannominato il Carlctto, presentatosi a preghiera dei suoi 
vecchi genitori, de’ quali era unica prole e sostegno, tosto 
venne immanemente fucilato, non altrimenti chefatto pri- 
gioniero nella pugna. I due genitori superstiti , uccisa dal 
limorso la ragione, vagano dementi per la campagna! 
— Uno scellerato di Somma faceva il capitano Conte del 
Bo.sco vi accorresse c prendesse sci pacifici cittadini (tra i 
quali un giovane ventenne, uffiziale della Guardia Nazio- 
nale, che giaceva presso bella consorte cui da pochi dleraà 
congiunto) e presi, senza forma di giudizio e senza con- 
forto di religione, colà sulla pubblica piazza furono passati 


— 24 — 


per le armi sul subito. II generale Manhès , il cui nome fa 
orrore anche ai pib duri partigiani della rivoltura francese, 
combattendo i briganti delle Calabrie, non mandava mai 
a morte persona senza regolare processo. — Ahimi;! E verrà 
giorno che soldati italiani si dirà essere stati piti crudi del 
Manhès straniero! 

Presso Lecce facevansi prigionieri tredici soldati bor- 
bonici, sbandati, i quali non avevano che sette fucili. 
Si credeva alcuni di essi sarebbero risparmiati. Ma no : 
furono tutti c tredici fucilati. — Testé a Montegiffoni erano 
sostenuti ottanta insorti, e ne venivano passati per le 
armi quarantasette. — Doma la insurrezione di Monte- 
falcione, cinquanta dei ribellati pensarono scampare alla 
strage rifuggiandosi nel tempio. Ma i soldati piemontesi, 
rottele porte, vi penetrarono, ed i miseri nella stessa Casa 
di Dio furono scannati. — Nel Gargano infiniti carbonieri 
furono mispresi per briganti e morti issofatto, tra le loro 
consorti e i figlinoli, accanto alle loro stesso fornaci. 
Molti di essi venivano condotti a Napoli come trofeo.... e fu 
chiaro quelli essere miseri e pacifici villani! — S’incendiano 
nella campagna tutti gli abituri de’ contadini e le ville 
e le taverne in che possano ricoverare gl’insorti. Si tira 
addosso a tutti che portan farsetto di velluto, abito che 
credesi da brigante, ed a data ora ogni contadino dee ab- 
bandonnar il suo campo, pena la morte!.. 

Aimè! Mercè questo governo che ne disserve, il soldato 
onde speravamo la franchezza d’Italia , è tenuto nelle pro- 
vincie napoletane siccome nemico di Dio ! — Nei vortici di 
fiamme che divoravano il vecchio ed adusto Pontelan- 
dolfo udivansi alcune voci di donne cantanti litanie e 
misererò. Certi uffiziali si avanzarono verso l’ abituro 
onde veniva quel suono, ed aperto l’uscio, videro cinque 
donne che scapigliate e ginocchioni stavano attorno di un 


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— 25 — 


tavolo su cui era una croce con molti ceri accesi. Vole- 
vano salvarle; ma quelle gridando 

— Indietro... maledetti! Indietro I ... Non ci toccitle, 
lasciateci morire incontami nate !... Si ritrassero tntie in 
un cantuccio, e tosto sprofondò il piano superiore e furono 
peste le loro ossa, e la fiamma consumò le innocenti. 

Il giorno posteriore a tanto eccidio, all’incendio di duo 
paesi, di Pontelandolfo e di Cusalduui, l’uno di cinque 
l’altro di sette mila anime, leggevasi nel Giornale Ufficialo 
di Napoli il telegramma . 

Ieri tnaltina, all’alba giustizia fu falla conlro 
Ponlelandolfo e Casalduni. (1) 

No! Il dii trio di Nerone non avrebbe jjiìi cinicamente 
portata la novella di quegli orrori! 

Ma io non istarò a fastidirvi piò a lungo con il racconto 
delle mille feridi di tal sorta, di che sono pieni gli stessi 
giornali officiosi ed ufficiali del governo, e le quali face- 
vano e fanno tuttora terribile la insurrezione delle pro- 
vincie napoletane; nè d’altronde capirebbe negli stretti 
limiti di questa mia mozione il novero dei truci episodi di 
una guerra civile, che dai monti di Calabria si stende nel 
Basilicato e nell’Apulia e di colà nel Capitanato e nel 
contado di Molise e nel Beneventano e nei monti di Avel- 
lino e nella Campania e negli Apruzzi, o de’ saccheggi e 
degli stupri e dei sacrilegi che precedettero gl’incendi 
paurosi di Aulettii, di S. Marco in Lami-, di Viesti, di Co- 
tronei,di Spinello, di Montefalcione, di llignano, di Vico 
di Palma, di Barile, di Campochiaro , di Guardiaregia, e 
delle già dette Pontelandolfo e Casalduui , però che non è 
mestieri conoscere tutto per chiarire la signoria piemon- 
tese immanissima. 

(1) Dispaccio telegrafico da Fragnetto Uonforte 14 Agosto oro 7 a. m. 
•—Giornale ufficiale di Napoli, N» 194. 


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2G — 


Ed il Governo Snbiilplno rese crudele La guerra civile 
coi disperati e crudeli mezzi di combatterla : ed esso, cosi 
facendo, fa rUuità uccida runioue : però die un popolo cosi 
luanomesso non sdimentiebera mal le perpetrate scellera- 
tezze, ed apporrìi a tutta una jrrovincia italiana i delitti di 
una setta, e cosi imperversando non sarà possibile neppure 
la confedera ;ione degli antichi stati della penisola. — In ogni 
angolo dello nostre provincie sorgerà un monumento di 
(|uesti giorni nefa.sti. Ogni campo si troverà gremito di 
croci sepolcrali : ogni capanna ricorderà le stragi di questo 
tempo : ogni tempio adornerà un altare espiatorio che ri- 
cordi la guerra fratricida : ogni provincia mostrerà i ruderi 
di una o jiiii città incendiate, e colà trarranno in pellegri- 
naggio i nepoti delle nostre vittime, e gli additeranno ai 
loro figliuoli siccome esempio terribile del dove possa con- 
durre una nazione il voler attuare pensieri innaturali od 
immaturi. 

11 Governo l’iemontese ( siccome c avviso airuuiversale) 
rimoveva dal reggimento di queste provincie il generale 
Cialdini ed il Pinelli, però che conqn esc inutile, anzi pih 
micidiale tornare il terrorismo che la buona guerra. Ma 
un’altra cosa, per amor d’Italia, deh faccia ! — Sciolga la 
guardia nazionale mobile. . . . però che la pe itifera sua insti- 
tuzione non è adatta ad estinguere la guerra civile, ma ad 
eternarla. — II di che il Governo di Piemonte se ne sarà 
andato con Dio, non riposeranno già queste provincie, ma 
troverassi il padre armato contro il figliuolo, ed il fratello 
contro il fratello, cd un comune inizzito contro l’altro, e le 
ire non quieteranno, e sarìi mestieri altra forza che nel 
sangue degli uni e degli altri spenga la guerra intestina. 
Sappiamo a tutte queste accuse mi si risponderà il consueto 

— Ma come si fa? Tempi eccezionali vogliono eccezionali 
misure ! 


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Ma io fitrovvi considerare die cos\ diccmli) scrivesi I:i 
difesa del ÌMiizzao del Cainpar^na, le cui molestie diventano 
giuggiole accanto ai rigori del Pinelli,del Gala tori, del Negri, 
del generai della Cliiesa, ecc. Ancli’essi dicevan 

— Come si fa? Il Piemonte cospira contro il reame, o 
noi dobbiamo frustarne gli orditi. 

No miei Signori : vi hanno leggi, vi son consuetudini 
che noi non possiamo violare senza oltraggiare le leggi 
stesse della natura, e la pubblica moralità dilaecarc, 
senza scalzar le basi della società, la cui salute b d 
maggior momento alle genti che la grandezza del Piemonte 
o d’ltali. 1 . — No, non credano si possa fondare un imperio 
sulla lubrica base del sangue, nella sedia deU’ingiustizia, o 
senz’altra legge che quella della opportunitìi momentanea, 
o della sanguinosa e rapace necessità di stato. Nò il Go- ^ 
verno Piemontese non fonda, ma distrugge — L’Austria 
dall’alto delle fortezze di Mantova e di Verona ci guata; e 
sapete voi perchò non muove ad assaltarne? — Perchè noi ci 
suicidiamo : e veramente nuovo pazzo sarebbe quello che 
tirasse sul nemico nell’ora stessa , che questi di per se gettasi 
nel precipizio. 

E nel precipizio già avvalliamo noi, caduti in discredito 
fuori , e dentro divenuti esosi agli onesti. Ed io mi ho il 
triste conforto dello aver preveduto il danno, e di averne 
parlato alto da meglio che due anni.' — Allora che uscito una 
seconda volta in ingiusto esilio, venni, diciotto mesi or 
sono, a Firenze, e mi fii parlato dei vasti di-segni di unifica- 
zione, della prossima dissoluzione del reame napoletano, 
ecc. inorridii, gridai mercè, chiedeva avvisassero al che 
sarebbe di Napoli. Mi fu risposto da taluno 

— Napoli starà peggio ma noi staremo meglio 1 

Fremetti a tali parole. Desiderai piuttosto si eternasse 

l’esilio, che il ritornare a prezzo della mina della mia pa- 


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— 28 — 

ti ili. Per'i non 1 Piemontesi io ho in odio. Tolga Iddio che 
io abbia in aniiniivversione popolo d’Italia e popolo probo 
e vaioloso, so non dotato di spiriti dati e pereginni. Ma 
t{nei Napoletani io esecro che qui conducendo i Piemontesi 
tradirono il Piemonte e la propria patria, e che di continuo 
diifamandola, istigano il governo subalpino a perpetrar lo 
spolio e la strage del loro paese. — Io parlo per ver dire : io 
jiarlo per amor di patria; troppo forse, siccome taluno uni- 
t.irio dicevalo (quasi che troppo potesse mai essere amore 
«li jiatria) e qualunque sarà la vendetta della setta dei pie- 
montizzatori, venga pure che io l’aspetto ; però che peggior 
di ogni danno sarebbe sempre il rimorso e la pubblica ma- 
ledizione. 

E la maledizione pubblica è sul suo capo. 

Da per ogni dove sorge una voce che lo condanna e lo 
vilipende. La città ed il regn.i son divise in fazioni, ma le 
fazioni tutte si accordano nell’abborrire gli uomini di essa. 
E voi ben dovreste accorgervene, sapendo come non fosse 
qui giornale, che possa esistere e voglia difendere la domi- 
nazione piemontese, dove non stipendiato e venduto. Perchò 
si spacci una scrittura deve condannarla, colmarla d’ingiu- 
rie, di disprezzo. Se vien fuora opera d’un propugnatore dei 
diritti del popolo oppresso e delle antiche cd imperiture na- 
zionalità, tosto non se ne trova piò copia, tutti correndo a 
leggerla avidamente; e se questa metropoli che le dice 
anatema, non insorge tutta quanta come un uomo solo 
contro alla signoria piemontese, egli ò perchò vedo che 
pere, perchò il generoso, riudomito cavallo napoletano già 
da gran tempo fiutò il suo cadavere! 

Si, là è questa la verità delle cose, non quella che va 
strombazzando una stampa meretrice, il mendacio compe- 
rato a dieci o piò mila franchi per mese. E a che valso al 
governo piemontese lo aver chiuso tutti gli aditi perchò 


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29 


luco non possa uscire ? Che torna lo aver compro i giorn ili 
più letti (l'Europa ? Questi clic launo scorso , mentre sua 
fortuna rigogliava, maledicevano rii esso, ne dicean per- 
duti; ed oggi che morituro, lo prclaui i forte e vincitore ? 

E pure non valsero a l ingannare persona. TutUi Europa ora 
sa che n’è delle coso nostro, ed U nome del governo piemon- 
tese si oltraggia per ogni terra. 

L’oro che profondeva esso per abbindolare 1’ opinione 
europea non ha inganivato che lui stesso, lui che non vo- 
lendo far sapere verith, hatìnito per non saperla egli me- 
desimo, e che rimasto al buio, simile ai ciechi della parabola, | 
procede appoggiandosi ai ciechi. — Gli è per i suoi errori che 
vien villipe.sa la rappresentanza nazionale, tutta quanta 
creduta correa di e.sso. — Un gentiluomo glìi carissimo al 
popolo napoletano e del cui infortunio politico , nonché le 
provincie nostre ed Italia, tutta Europa dolorava, oggi per- 
chè partigiano del governo piemontese, caduto è in abomi- 
nio dell’uuiversale, eJ i suoi amici per difenderlo deggiono 
dirlo imbecille, scemo dalla prigionia l’intelletto. 

Questo sì ne dia la misura della pubblica opinione, non 
il ciarlone favore di una gente compera o grulla, eterna 
fautrice del potere, di pnclii onesti che hanno per patria là 
cassa del tesoriere, sanfedisti di Savoia, che non è crudeltà 
cui non trovino valorosa, non disonestà che non dicano 
pudica, non ingiustizia che non proclamino proba, di pochi 
bellimbusti, troppo presto scappati dalla scuola, ed i quali 
accalappiati dai furbi o politicando per moda, giudicano 
bello l’andare delle cose, perchè bella è la divisa della ca- 
valleria piemontese ed in good condilion i cavalli. 

Ed egli è per queste ragioni che io mi fo oso domandare 
le Onoranze Vostre vogliano votare un inchiesta parla- 
mentare nelle provincie meridionali, cd avvisare però al 
che possa farsi per tenero in fede od in pace queste con- 


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trnde. — Ilgjverao piein)nteje po?c nnm alog ii inozzi. 
Delia luogotenenza del Principe di Carignanoin non parlo, 
perocché essa non fu che laida sperpero di pecunia, e J uno 
scherno per il nostro paese, per il paese piti grave d'Italia (ché 
sotto l’ilare suo aspetto il popolo piti serio e piti superbo 
della penisola é il napoletano), nella Galilea della Filosofia, 
mandavansi a ministri gente piti da spasso che da lavoro.Ma 
sotto di essa luogotenenza nasceva e cresceva la guerra 
civile, ed il Conte di Cavour mimlava il Conte di San 
Martino, perchè impiantando la legalità e la moralità dove 
il ministero del Nigra e de’ suoi predecessori avevano 
posto l’arbitrio e la corruzione, potesse pacificare il 
paese. 

Ma la rivoltura era già rigogliosa, aveva già guadagnato 
gli animi e le cose, e la onestà e la esperienza del saggio 
amministratore non valsero punto. Egli si trovò solitario, 
perchè gli onesti non accostavanlo e dei turpi non poteva 
vallerai, nè voleva. — Il Barone Ricasoli spedì il Cialdini 
perchè col terrommo domasse il già fuggente paese: e questi 
tuttocchè chiamassease d'intorno tutte le frazioni della parte 
liberalo, tuttocchè facesse spargere a torrenti l’umano sangue, 
nè cosa niegasse che alla rivoltura piacesse, neppur feriva 
il segno, e lascia la reazione pià forte che non era sotto il 
Carignano ed il San Martino. — Ora mandasi il General 
Lamarmora perchè cerchi di ristabilire la legalità. Il 
nome di Lamarmora, il so, suonava giustizia e fermezza: 
ma farà esso pià o meglio che non fecèro i suoi predecessori? 
Un uomo del Governo di Piemonte che ne’ scorsi mesi ven- 
ne in queste proviucie per avvisare al da farsi, diceva com- 
prendere bene come il regno di Napoli non fosse domalili, 
ma che Italia doveva unificarsi quànd méme , e che peib 
queste provincie sarebbonsi tenute come una Turchia. 

Se questo è il pensiero dei ministri piemontesi, badino 


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— r.i — 

che il guanto non sia fieramente rilevato dal paese mio e 
dall’Europa. DaH’mio in nome dell’onore calpestato e della 
sua iiidipeudenza ; dall’altra in sostegno deirumanità concul- 
cata! Badino percliii il giorno della Vendetta Divina non 
può tardare, nò tarderk.il destino delle nazioni non è nelle 
mani deiministcn ma in quelle di Dio ! II governo di Piemonte 
è superbo, nò mai fu superbo che non cadesse misero e vile. 
Esso ha sparso il sangue fraterno, e su lui pesa la maledi- 
zione di Caino. Troppo, troppo sangue innocente grida ven- 
detta contro di esso, troppi miseri dal fondo delle prigioni, 
dall’esilio, dalla povertà in che gemono gli maledicono, e 
quando sorviene loro il pensiero della patria, e quando de- 
desiderano il puio aere del loro cielo, e quando veggonsi i 
figliuoli e la consorte e i vecchi parenti estenuati e mor- 
donsi per rabbia le mani e per fame. Avvisiamo dunque 
al da farsi. Rinsaviamo. Salviamo da piò lunghi mali questa 
patria. Cansiamo una invasione di stranieri, oggi che la 
Francia ci abbandona a noi stes.si , che Roma non po- 
tete piò sperare, che il fantasima dell’Austria e della 
coalizione nordica ci sorge d’incontro minaccioso, che 
Italia, al modo che si è pretesa fìula, non par piò pos- 
sibile si faccia , che da non pochi è tenuto nullo il ple- 
biscito e da moltissimi, nuche ammettendolo, non ò te- 
nuto piò valido il poter nostro, come quello che allo 
condizioni di esso non piU si conforma. Il governo di 
Piemonte non può superare le difficoltà interno, e dove 
anche bastasse a ridurre in fede le provincie napoletane, 
sorgerà giorno che tutti insolliranno gli spiriti d’Italia 
contro a questa egemonia piemontese , e per verità ciò 
che io, sei mesi or sono, consigliava («pportuno a faro 
Italia (1) cioè il trasferire a Napoli la sede della mo- 
ti} Pelle cosodi Napoli-Piscorso del Duca di Uadduloni. Dcpu'ato a 
primo Parlamento Italiano. ruriRo, Dall’ Unione Tipografica Klitrice, 18G1. 


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nnrcliia, oggi noi saprei pih suggerire, percioccliÌ! lealtà 
eli gentiluomo niel difende. Il governo piemontese met- 
terebbe in compromesso l’antico, senza poter piìi serbare 
il novello acfjuisto. 

Rinsaviamo dunque. Il male b pih radicale che non 
si pensa. Non ama Italia soltanto quegli che la vorreb- 
be Una ed Indivisibile; ma quegli pih h suo amico che 
la vuole civile e concorde, piuttosto che barbara e di- 
scorde ed una e morta, purché in deserto feretro di 
regina. 


Napoli 6 novembre 18GI. 


Il Deputato Proto 
Duca di Maddai.oxi. 


o d’ Inventi 70 -9- , j>Q \ 


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ALLONS A ROME ! 


PARIS 

IMFIIIMEIIIB DE l. TIETERLIX ET C* 

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